Disperazione consapevole

Posted in L'io, libri, mente, Pensieri, Uncategorized, vita with tags , , , , , on settembre 8, 2011 by mentalmaze

E se potessimo definire la disperazione su tre stadi diversi? Considerare la disperazione su tre livelli tra loro differenti, ma strettamente connessi? E’ quello che ha provato a fare (diciamo che secondo me ci è anche riuscito) Kierkegaard, nel suo libro “La malattia mortale”. Ma prima di parlarvene, vorrei brevemente introdurre il modo in cui sono entrato a contatto con questo libro, il perchè della sua lettura, e soprattutto fare un paio di pre-considerazioni.

Mi sono trovato in piena estate, dopo aver faticato e sudato per sostenere degli esami, che non avendo nulla da leggere ho deciso di spulciare la libreria di casa. Dopo aver passato in rassegna vari libri, mi attira subito questo: “La malattia mortale”. Non so perchè…ma decido di prenderlo e leggerlo subito. Noto che è un oscar nella categoria “Saggi” e questo mi incuriosisce ancora di più; pian piano mi sto identificando in questo genere letterario e quindi non esito ad informarmi immediatamente sull’autore. Leggo il suo nome, un “certo” Søren Kierkegaard. Lo ammetto, inizialmente per me non era assolutamente nessuno (sacrilegio!?), ma non avendo mai fatto filosofia e conoscendo a stento quei tre o quattro filosofi greci (ok…neanche quelli…), non sapevo minimamente chi fosse. Leggo del suo pensiero, o meglio, della sua filosofia. Decido di non farmi influenzare troppo, mi è bastato sapere che fosse un filosofo per capire a cosa andavo incontro. Al liceo consideravo i vari scrittori come dei “regolari consumatori di droghe”, quindi vi lascio immaginare quale potesse essere la mia opinione nei confronti di un filosofo (che poi alcuni veramente si drogassero è un altro paio di maniche). Ora, com’è giusto che sia, voi potreste pensare: “Quale pazzo va a leggersi un libro filosofico, per di più in piena estate!?”, dove norma vuole si debba leggere qualcosa di leggero e sul quale ci si possa addormentare tranquillamente sotto l’ombrellone, senza farsi troppi problemi se poi al risveglio non si ricorda più cosa si ha letto poco tempo prima? Eccomi…ma diciamo che ho fatto un mix. Ho letto un libro impegnativo con la testa di chi legge un libro “facile”. Ho deciso di prendere il pensiero del filosofo e crearmi Io un’idea attorno alla sua, e non viceversa. Che poi leggere un libro del genere da profano assoluto, forse, non è la migliore delle cose, ma credo sia stato proprio questo a giovarmi e a lasciare che la mia mente non fosse totalmente assuefatta dalle parole dello scrittore.

Dunque passiamo al sodo (tenetevi forte). Già dalle prime righe mi giravano gli occhi:

Ma cos’è l’io? E’ un rapporto che si mette in rapporto con se stesso oppure è, nel rapporto, il fatto che il rapporto si metta in rapporto con se stesso; l’io non è il rapporto, ma il fatto che il rapporto si mette in rapporto con se stesso”.

Panico! Ed il tutto non ha fatto altro che strapparmi un sorriso. Sapevo di non aver capito minimamente quello che avevo appena letto, ma a quel punto è iniziata una sfida con me stesso per capire cosa volesse dire e soprattutto cosa diavolo fosse tutto quel “rapporto” in sole tre righe. Detto fatto! E’ bastato poco… non perchè mi sia spremuto le meningi eh! (l’ho detto anche prima, non avevo assolutamente intenzione di applicarmi!), sono ricorso subito all’aiuto dell’introduzione (Dio la benedica). “L’uomo è definito come un ‘rapporto che si rapporta a se stesso’, ovvero come una sintesi di finito e infinito, di tempo ed eternità, di possibilità e di necessità [...]”. Già meglio, no? Forse…anche se a questo punto ho cominciato a pensare che il libro stesso potesse causarmi una “malattia mortale”, ma mi sono fatto forza ed ho continuato. E questa volta mi è bastato davvero poco per trovare quello che interessava a me. Prima però capiamo cos’è questa “malattia mortale”:

Quando il maggiore pericolo è la morte, si spera nella vita; ma quando si conosce il pericolo ancora più terribile, si spera nella morte. Quando il pericolo è così grande che la morte è divenuta la speranza, la disperazione è l’assenza della speranza di poter morire. In quest’ultimo significato la disperazione è chiamata la malattia mortale: quella contraddizione tormentosa, quella malattia nell’io di morire eternamente, di morire eppure di non morire, di morire la morte.” e ancora :”Se un uomo potesse morire di disperazione come si muore di una malattia, l’eterno in lui, l’io, dovrebbe morire nello stesso senso in cui il corpo muore della malattia. Ma questo è impossibile: il morire della disperazione si trasforma continuamente in un vivere. Il disperato non può morire; -come il pugnale non può uccidere i pensieri-, così la disperazione non può distruggere l’eterno, l’io che sta alla base della disperazione, -il cui verme non muore, il cui fuoco non si spegne-. Però la disperazione è un’autodistruzione, ma un’autodistruzione impotente che non è capace di fare ciò che essa stessa vuole. Ciò che vuole è distruggere se stessa [...].”

 Dunque, non c’è bisogno di un genio per capire di cosa si tratta… . Ma Kierkegaard vuole approfondire, razionalizzare, definendo così la disperazione come “malattia nello spirito, nell’io, e così può essere triplice: disperatamente non essere consapevole di avere un io (disperazione in senso improprio); disperatamente non voler essere se stesso; disperatamente voler essere se stesso”. Ecco, Kierkegaard considerando questi tre stadi ne fa a sua volta una selezione per gradi di importanza e consapevolezza. Ce ne sono molti, ma ho deciso di trattare quello che più mi ha interessato (anche personalmente, anzi, soprattutto) e sul quale mi piacerebbe discutere. Definiamo innanzi tutto la consapevolezza secondo il suo punto di vista:

La consapevolezza, dunque, è il criterio decisivo. Infatti, la consapevolezza , cioè la consapevolezza di se stesso, è il criterio decisivo per l’io (non per altro viene anche detto che è una forma di disperazione il non essere consapevole di esserlo). Più consapevolezza, più io; più consapevolezza, più volontà; più volontà, più io. Un uomo che non ha punta volontà non è un io; più grande è la sua volontà più grande è anche la sua consapevolezza di se stesso.” ma c’è un paradosso perchè “il grado di consapevolezza eleva a potenza la disperazione”.

Essendo il peccato considerato, per definizione socratica,  come l’ignoranza del bene, Kierkegaard critica il passaggio immediato e necessario tra il sapere (quindi l’essere consapevoli) e l’agire insito in quella definizione (là dove il bene è conosciuto non si può fare a meno di realizzarlo). […] Il peccato, dunque, è un atto di volontà successivo a un atto di coscienza, […] pur possedendone la rivelazione.

Ora, come ho detto prima, voglio considerare questo stadio e i suoi relativi “sotto insiemi”: B) la disperazione vista sotto la determinazione della consapevolezza;→ α ) la disperazione di non voler essere se stesso, disperazione della debolezza; → 2) La disperazione dell’eterno o per se stesso.

Stiamo trattando quindi un “insieme” dove è già presente un certo grado di consapevolezza. Qui, a proposito dell’io, definisce una sua sfumatura con un aggettivo: la taciturnità. Essendo ridotto il problema dell’io, secono K., nel senso più profondo, a una specie di porta finta nel fondo dell’anima dietro la quale non c’è niente; quella porta, è qui una porta reale, ma accuratamente chiusa, e dietro a essa, per così dire, siede l’io badando a se stesso, impiegando il tempo nel non voler essere se stesso, eppure abbastanza io per amare se stesso. Ecco la Taciturnità! Approfondendo i suoi vari aspetti, per il “taciturno”, il bisogno della solitudine è sempre un segno che in un uomo c’è dello spirito, e offre la misura per determinare questo spirito. “Gli uomini che non fanno altro che chiacchierare – tutt’al più copie di uomini -” sentono così poco il bisogno della solitudine che, come certi pappagalli, muoiono appena devono, per un momento, star soli. Questo signore ha scritto questo libro più di 150 anni fa, ma potrebbe rifarlo, con opportune modifiche al linguaggio, e poter parlare tranquillamente dei giorni nostri! Ci pensate?. Sentite: “ Nella costante socievolezza dei tempi nostri ci si spaventa della solitudine che (quale epigramma eccellente!) non si sa adoperarla per altro che come pena per i delinquenti. Ma siccome è vero che nei tempi nostri è un delitto avere spirito, è nell’ordine delle cose che tali individui, amanti della solitudine, siano classificati insieme ai delinquenti”. Ok, ora vi chiedo nuovamente di tenervi forte, perchè oltre alla cosa straordinaria in sè che vuole dirci Kierkegaard, è ancora più straordinario (forse lo è stato molto di più per me) il fatto che io questa cosa l’abbia letta (e anche “ripresa” nell’”armamentario dell’anti io”) da Leo Buscaglia. Ecco ciò che dice Kierkegaard a proposito del raggiungimento del proprio io: “ […] devi passare attraverso la disperazione dell’io per giungere all’io. E’ giusto che sei debole, ma non è questa la cosa per cui ti devi disperare; l’io dev’essere spezzato per diventare se stesso.” che è più o meno quello che ha detto Buscaglia: “Per trovare il tuo io, devi perdere il tuo io. Dovete perdere voi stessi per trovare voi stessi. Dovete perdere la vostra mente per trovarla.

Dunque, ricapitolando, ritroviamo una stretta connessione fra le persone (naturalmente), l’io, la consapevolezza e la disperazione. Tutti, e dico tutti, sono disperati su piani diversi (pochi “eletti” non lo sono per davvero). E tutt’intorno a tale disperazione gioca un ruolo fondamentale la consapevolezza. Chi è più consapevole della propria condizione è, rispetto all’ “ignorante”, più vicino e insieme più lontano dalla salvezza. Più vicino, perchè il loro sapere è lo strumento indispensabile per compiere il salto oltre la loro condizione; più lontani, perchè il fatto di non compierlo, pur essendo nella condizione di farlo, costituisce un aggravio della colpa. Voglio sottolineare il mio interesse, non tanto per la disperazione e le sue sfaccettature, che sono ampiamente trattate in questo libro, ma ancor di più per la centralità e l’importanza della consapevolezza nella nostra vita; consapevolezza come fulcro di un miglioramento personale, e non più nella ricerca dell’io, ma ora di un suo miglioramento, di un suo progresso. Ragionando per stadi come Kierkegaard, possiamo dire (anzi, in verità questo è assolutamente un mio pensiero personale) che si può passare dall’ignoranza alla consapevolezza, dalla consapevolezza all’identificazione della nostra persona in un “io”, dall’identificazione dell’io al suo miglioramento.

Come un gabbiano

Posted in amore, emozioni, L'io, libri, natura, Pensieri, sensazioni, Uncategorized, vita with tags , , , , , , on agosto 1, 2011 by mentalmaze

“Il gabbiano Jonathan Livingston” è un libro scritto da Richard Bach, ed è quello che io definirei un piccolo grande libro. Sì, perchè in non più di un centinaio di pagine vengono espressi concetti, ideali, valori che certe volte neanche in un migliaio di pagine riusciresti a trattare. Un libro che, non per i concetti, ma più per la sua “succosità” in così poco, mi ricorda “La fattoria degli animali” di Orwell, libro più che mai attuale. Ma ci tengo a dire che anche quello di Bach lo è. Farò un piccolo sunto, cercando di non omettere le cose più importanti.

Jonathan Livingston è un gabbiano, ma non un gabbiano qualsiasi. La sua passione per il volo potrebbe definirsi una passione naturale, ma paradossalmente così non è. Gli altri gabbiani non approvano il suo interesse e la sua dedizione nello scoprire nuove tecniche di volo. Queste, lo distolgono da quella che è “legge dello Stormo”. Poche regole e pochi concetti che collimano tutti nel “vivere per sopravvivere” e procacciarsi il cibo per perseguire tale intento. Ma Jonathan non ci stà, lui aspira molto di più. Vuole scoprire i segreti del volo, imparare nuove acrobazie, arrivare a velocità impensabili, superare i limiti, migliorarsi, perfezionarsi. Ma i suoi simili, com’anche la sua famiglia, lo ammoniscono, e lo esortano a tornare ad essere e fare ciò che tutti gli altri gabbiani sono e fanno. Insomma ad essere uno dei tanti. Ma pur tentandoci, Jonathan sa che i parametri della “legge” non rispecchiano in alcun modo la sua volontà, ciò che vuole raggiungere; lui non riesce a distogliere il suo pensiero da quello che il volo, e il piacere nel praticarlo, possano offrigli. L’emozione della velocità, l’ebrezza del vento che ti carezza e ti accompagna, ma soprattutto la libertà che risiede nel volo stesso. Non c’è altra soluzione, Jonathan viene esiliato e costretto a vivere in solitudine da reietto.

Egli imparò a volare, e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare. Scoprì ch’erano la noia e la paura e
 la rabbia a render così breve la vita d’un gabbiano”.

Continua ad esercitarsi nel volo, a perseguire i suoi ideali e mettere tutto se stesso per realizzare i suoi sogni. Fu così che improvvisamente, due gabbiani gli appaiono. Figure, a prima vista celestiali, che invitano Jonathan a seguire la loro strada, promettendogli di vivere in un nuovo mondo dove tutti sono come lui. “Avevano ragione quegli uccelli. Lui poteva volare, sì, più in alto”. Gabbiani con la passione del volo, alla ricerca di nuovi limiti, alla ricerca della perfezione. Così, voglioso di imparare nuove tecniche dai suoi nuovi compagni, si cimenta subito in duri allenamenti. Ma presto capisce che tutto ha una barriera, un muro, un limite. Interpella l’Anziano saggio dello stormo, per avere delle risposte, per chiedergli quali siano i limiti per un gabbiano, quale sia il paradiso e se, quello in cui lui si trovava ora, non lo fosse già. L’Anziano gli rispose:

Raggiungerai il paradiso, allora, quando avrai raggiunto la velocità perfetta. Il che non significa mille miglia all’ora, né un milione di miglia, e neanche vuol dire volare alla velocità della luce. Perchè qualsiasi numero, vedi, è un limite, mentre la perfezione non ha limiti. Velocità perfetta, figlio mio, vuol dire solo esserci, esser là”. […] “Quei gabbiani che non hanno una mèta ideale e che viaggiano solo per viaggiare, non arrivano da nessuna parte, e vanno piano”.

Prima di andarsene, l’Anziano, oltre ad istruire Jonathan sul volo, vuole che lui si istruisca anche sull’amore. Sa bene che per raggiungere il “paradiso”, non bisogna essere unicamente a conoscenza delle tecniche di volo. E’ una condizione necessaria, sì, ma non sufficiente. La cosa che ancor di più rende possibile la perfezione e il suo raggiungimento, è l’essere a conoscenza di cosa sia veramente l’amore, quello vero. Inizialmente Jon non capisce cosa volesse dire, ma dopo ha come un’illuminazione.

E, per lui, mettere in pratica l’amore voleva dire rendere partecipe della verità da lui appresa, conquistata, qualche altro gabbiano che a quella stessa verità anelasse”.

Jonathan capisce di dover trasmettere la sua conoscenza, la sua consapevolezza, non ai gabbiani dotati come lui di capacità intellettive e cognitive superiori, ma a quei gabbiani che tanto l’avevano bistrattato e rimproverato, fino a esiliarlo. La sua speranza è quella di portare il suo sapere fra i comuni gabbiani. Così, piano piano, riesce nell’intento. Sempre più gabbiani si uniscono a lui e seguono i suoi insegnamenti.

Ciascuno di noi è, in verità, un’immagine del Grande Gabbiano, un’infinita idea di libertà, senza limiti”.”E il volo di precisione è un passo avanti verso l’espressione della nostra più vera natura. Noi dobbiamo lasciar perdere, scavalcare tutto ciò che ci limita. [...]”.

Il suo pensiero può essere racchiuso, secondo me, ancora meglio in ciò che ha scritto Leo Buscaglia in “Vivere, amare, capirsi”:

Per scegliere la vita, dobbiamo essere disposti a rischiare ancora e ad amare ancora. Riuscite a pensare a qualcosa di più importante? Per cosa lavoriamo? Per che cosa lottiamo? Per che cosa soffriamo? Per che cosa speriamo? Per l’amore. Per la vita. Lasciateveli sfuggire e sarà sempre per voi la perdita più grande”.

Deciso a superare il muro dell’esilio, Jonathan, raggruppa un buon numero di gabbiani che lo stavano seguendo, e torna dritto verso il luogo da cui proveniva e da cui era stato inesorabilmente cacciato poco tempo addietro. Mostra all’intera comunità di cosa sia veramente capace un gabbiano, nel volare e compiere le più incredibili acrobazie. Ma la loro cecità è rimasta immutata nel tempo, e passano dall’osannarlo ed idolatrarlo, a dargli del diavolo in men che non si dica. E la domanda che lui si pone è emblematica:

Chissà perchè, la cosa più difficile al mondo è convincere un uccello che egli è libero? E che può dimostrarlo a se stesso, solo che ci metta un po’ di buona volontà? La libertà basta solo esercitarla. Ma perchè? Perchè dev’essere tanto difficile?.

Però, a uno dei suoi allievi, sorge una domanda spontanea:

Come fai ad amare una tale marmaglia di uccelli che ha tentato addirittura di ammazzarti?”.

E così, ancora una volta, Jonathan si trova a rispondere ad una domanda, sì difficile, ma che dà una chiara e vera spiegazione del suo concetto di amore:

Oh, Fletch, non è mica per questo che li ami! E’ chiaro che non ami la cattiveria e l’odio, questo no. Ma bisogna esercitarsi a discernere il vero gabbiano, a vedere la bontà che c’è in ognuno, e aiutarli a scoprirla da se stessi, in se stessi. E’ questo che io intendo per amore. [...]”.

La ricerca del miglioramento, sia personale che altrui, l’amore indiscriminato verso tutti e tutto, e la conseguente totale dedizione per far sì che tali ideali vengano compresi e trasmessi, è ciò che Jonathan vuole. Riuscire a rendere partecipi tutti delle sue idee, condividerle per creare i presupposti di una crescita non solo fisica ma soprattutto spirituale. Il cambiamento volto a migliorarsi non può essere privo di amore, “giacchè l’amore se tale mira al continuo divenire” (L. Buscaglia). La ricerca di una trasformazione e della perfezione non può prescindere dall’amore; un amore perdono, un amore per la vita, per i prorpi interessi, per i propri ideali, ma soprattutto un amore per se stessi. E’ l’amore dunque, il minimo comune denominatore di ogni strada la cui meta è il miglioramento e l’evoluzione personale.

La strada

Posted in amore, emozioni, L'io, mente, Pensieri, sensazioni, Uncategorized, vita with tags , , , , , on luglio 12, 2011 by mentalmaze

Vedete, ci sono delle cose nella vita che sono difficili da spiegare. Le parole per farlo le trovo nei libri com’anche nel vangelo:

Ogni strada è soltanto una tra un milione di strade possibili. Perciò dovete sempre tenere presente che una via è soltanto una via. Se sentite di non doverla seguire, non siete obbligati a farlo in nessun caso. Ogni via è soltanto una via. Non è un affronto a voi stessi o ad altri abbandonarla, se è questo che vi suggerisce il cuore. Ma la decisione di continuare per quella strada, o di lasciarla, non deve essere provocata dalla paura o dall’ambizione. Vi avverto: osservate ogni strada attentamente e con calma. Provate a percorrerla tutte le volte che lo ritenete necessario. Poi rivolgete una domanda a voi stessi, e soltanto a voi stessi. Questa strada ha un cuore? Tutte le strade sono eguali. Non conducono in nessun posto. Ci sono vie che passano attraverso la boscaglia, o sotto la boscaglia. Questa strada ha un cuore? E’ l’unico interrogativo che conta. Se ce l’ha, allora è una buona strada. Se non ce l’ha, allora è da scartare.

Teachings According to Don Juan, Castaneda.

 

Matteo (13, 14-16)

[…] “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perchè il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perchè non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi, non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perchè vedono e i nostri orecchi perchè ascoltano.

Occhi per vedere, orecchie per sentire, ma soprattutto cuore per comprendere…

Into The Wild

Posted in amore, arte, emozioni, film, L'io, libri, mente, natura, Pensieri, Uncategorized, vita with tags , , , , , , , , on giugno 29, 2011 by mentalmaze

Sono pochi i film che riescono a trasmettermi delle vere emozioni. Bhè, “Into the Wild” è uno di questi. Ho dovuto rivederlo per due volte per carpire le sottigliezze e le sfaccettature di questo incredibile film. L’ultima volta, nell’insostituibile lingua originale, dove l’animo degli attori, le loro emozioni, vengono trasmesse in modo più diretto senza alcun filtro o interpretazione del linguaggio.

Il film tratta della storia (vera) di un ragazzo, Christopher McCandless, che decide di lasciare tutto e tutti per trovare la sua vera identità, la sua verità. Lasciare, e non scappare, da una società che non lo rappresenta, di cui non accetta i valori poveri, aridi e privi di qualsiasi forma di libertà. Non poteva cambiare il mondo, perchè il mondo così com’è, non era per lui. Era alla ricerca di se stesso e di quello in cui credeva. La sua era una sete di libertà, non quella che tanto ci fanno credere tale, chiusa e schematica, fatta di regole ipocrite e conformiste, ma una libertà sinonimo di felicità, che non stà nelle cose, nei soldi, nelle persone, ma che risiede nella natura più selvaggia. Citando le sue parole:

Ma ti sbagli se pensi che le gioie della vita vengano soprattutto dai rapporti tra le persone. Dio ha messo la felicità dappertutto, è ovunque, in tutto ciò in cui possiamo fare esperienza. Abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di guardare le cose”.

C’è una gioia nei boschi inesplorati, c’è un’estasi sulla spiaggia solitaria, c’è vita dove nessuno arriva vicino al mare profondo, e c’è musica nel suo boato. Io non amo l’uomo di meno, ma la Natura di più”.

”Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?”.

La sua famiglia fortemente legata alle “leggi” della società, e prive ormai del vero amore coniugale, spinge ancor più “Chris” ad andarsene. Per fare ciò, decide di confrontarsi nel modo più estremo con la natura, vivendo nella natura, assaporandola.

“Due anni lui gira per il mondo: niente telefono, niente piscina, niente cani e gatti, niente sigarette. Libertà estrema, un estremista, un viaggiatore esteta che ha per casa la strada. Così ora, dopo due anni di cammino arriva l’ultima e più grande avventura. L’apogeo della battaglia per uccidere il falso essere interiore, suggella vittoriosamente la rivoluzione spirituale. Per non essere più avvelenato dalla civiltà lui fugge, cammina solo sulla terra per perdersi nella natura selvaggia”.

Ciò che mi ha affascinato di più in questo film, ma soprattutto del protagonista come persona, sono i suoi pensieri. Pensieri nati e mutati nel tempo grazie alla lettura, alla cultura e alla sua visione diversa delle cose. Per lui “L’essenza dello spirito dell’uomo sta nelle nuove esperienze”. E ancora:

C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso. Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un’esistenza non convenzionale…”.

Quello che lui ha fatto va oltre ogni limite della ragione, ed è proprio la nostra ragione che a volte non ci permette di compiere azioni così estreme quanto immense. E’ riuscito a fare quello che nessuno farebbe mai…

“Ho letto da qualche parte che nella vita importa non già di essere forti, ma di sentirsi forti. Di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica, soli davanti alla pietra cieca e sorda, senza altri aiuti che le proprie mani, e la propria testa”.

C’è un libro che mi rimanda in modo particolare a questo film. Si chiama “Il richiamo della foresta” di J. London…un best seller. Non starò qui a scrivervi la trama, ma amo pensare quanto ciò che vi è scritto abbia uno stretto nesso con il modo di pensare di Christopher (non per altro ha letto e apprezzato molto anche questo autore). Alcune pagine descrivono quanto l’amore, da parte di un cane per l’essere umano, lo leghino e gli impediscano di fondersi e ritornare completamente a ciò che il suo istinto gli suggerisce. Alla libertà, alla natura. Sembrerebbe che “amore” e “libertà” siano come l’acqua e l’olio, e questo stimola in me la volontà di andare ad analizzare nuovi spunti, per una più precisa e condivisibile definizione di “Amore”; per me LA chimera e contraddittoriamente a quanto detto prima, indescrivibile a tutti gli effetti. Libertà e amore non possono coesistere senza che si scenda a compromessi, e in questo caso, come per il cane, anche per Christopher, abbandonare gli affetti sono difatti l’unica via d’accesso per la più profonda e vera libertà.

Mio padre è stato per me “l’assassino”

Posted in Abbandono, amore, arte, emozioni, mente, Pensieri, Poesie, sensazioni, Uncategorized, vita with tags , , , , , , on giugno 14, 2011 by mentalmaze

Mio padre è stato per me “l’assassino”; 
fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.
Allora ho visto ch’egli era un bambino, 
e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto.

Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
un sorriso, in miseria, dolce e astuto.
Andò sempre pel mondo pellegrino;
più d’una donna che l’ha amato e pasciuto.

Egli era gaio e leggero; mia madre
tutti sentiva della vita i pesi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone.

“Non somigliare – ammoniva – a tuo padre”:
ed io più tardi in me stesso lo intesi:
Eran due razze in antica tenzone.

                                           Umberto Saba

Papà, papà…lo sai, ti voglio bene.

Punto e a capo

Posted in L'io, libri, Pensieri, Uncategorized, vita with tags , , , , , on maggio 21, 2011 by mentalmaze

Dunque, vorrei fare delle precisazioni prima di continuare a scrivere…mi rendo conto che dall’inizio della creazione di questo blog, le cose, o per meglio dire, i temi e gli articoli di cui volevo trattare sono sostanzialmente cambiati. Avrei voluto parlare del più e del meno, non di cose futili certo, ma trattare di temi che potessero interessare un po’ tutti. Mi sono ritrovato piano piano a parlare di me, con me, e a dialogare con la mia coscienza. Ho scoperto la scrittura, e nella scrittura il “potere” della permanenza, della durevolezza, della continuità. Ricordo ancora quando a scuola le poche parole latine che conoscevo, ancor prima di studiarlo, erano le famose: scripta manent verba volant, e non c’è che dire, sono di importantissimo valore. Quello che sto cercando di fare attraverso la scrittura, ma soprattutto attraverso la rilettura di ciò che scrivo, è trovare me stesso, il mio Io. Ci sono persone che non sanno chi sono veramente neanche dopo aver “vissuto” (sottolineo le virgolette) 50 anni della loro vita. Erich Fromm dice: “Vivere è un processo di continua rinascita. Per molti di noi, la tragedia sta nel fatto che moriamo prima ancora di essere nati del tutto”. Bene, io per trovare me stesso, voglio rinascere e voglio rivivere, dovessi farlo cento volte.

Credo che la cosa più difficile dopo aver trovato se stessi, sia affermare ciò che siamo. Sono felice però, che già dopo un così breve periodo di scrittura, mi sia contraddetto. Anche se per ora la contraddizione stà solo nel cambiamento dei temi che inizialmente mi ero prefissato di trattare, può sembrare paradossale, ma io spero di contraddirmi ancora nel futuro, perchè significa che qualcosa stà cambiando, non solo in ciò che scrivo, ma soprattutto in me. E’ il cambiamento ciò che cerco.

Cito Buscaglia: “Il mutamento è l’esito finale di ogni apprendimento autentico. Il mutamento coinvolge tre fattori: primo, un senso di insoddisfazione nei confronti del prorpio io, id est un vuoto o un’esigenza nettamente avvertibile; secondo, la decisione di mutare: per colmare il vuoto o soddisfare l’esigenza in questione; terzo, una consapevole attenzione al processo di crescita e di evoluzione, ossia l’atto volontario e deliberato di determinare il cambiamento, per così dire di far qualcosa.

E ancora, dal saggio intitolato On Public Knowledge and Personal Revelation: “Se un uomo per la strada volesse inseguire il suo ego, a quali pensieri-guida dovrebbe pervenire per mutare la sua esistenza? Forse scoprirebbe che il suo cervello non è ancora morto, che il suo corpo non è atrofizzato, e che, indipendentemente da dove ora si trovi, è tuttora l’artefice del proprio destino. Stabilirebbe che può ancora mutare il suo destino prendendo la decisione affatto autonoma di cambiare radicalmente: lottando contro le meschine resistenze che in lui si oppongono al cambiamento e alla paura; imparando a conoscere più a fondo la sua meta; sforzandosi di far propria una condotta più rispondente alle sue esigenze reali; operando concretamente anziché formulando propositi e mantenendo l’azione a livello meramente concettuale; ingegnandosi di vedere, sentire e toccare davvero come se mai prima di allora avesse fatto uso dei suoi sensi; creando qualcosa con le proprie mani senza esigere da sé la perfezione; escogitando il modo di operare in modo da sfidare continuamente se stesso; ascoltando le parole che profferisce rivolgendosi a sua moglie, ai suoi figli, ai suoi amici; porgendo l’orecchio alle parole e osservando gli occhi di chi si rivolge a lui, apprendendo l’arte di rispettare il processo dei propri fenomeni creativi e riponendo fede nel fatto che ben presto approderanno per lui a un risultato. Occorre tuttavia tener presente che non è possibile pervenire a un cambiamento senza sgobbare, senza darsi da fare, senza sporcarsi le mani. Non esistono formule, non esistono manuali che teorizzino e spieghino una volta per tutte come si fa a “diventare”. Io so una cosa: esisto, sono, divento, creo la mia vita e nessuno è in grado di sostituirmi, creandola in mia vece. Devo far fronte alle mie manchevolezze, alle mie trasgressioni, ai miei errori, e assumerne le responsabilità. Nessuno quanto me può soffrire del mio non-essere, ma domani è un altro giorno, devo decidere di alzarmi dal letto e continuare a vivere. E se fallisco nel mio intento, non ho il conforto di prendermela con il prossimo, con la vita o con Dio”.

La vite e i tralci

Posted in amore, L'io, Pensieri, Uncategorized, vita with tags , , , , , on maggio 11, 2011 by mentalmaze

Sento che ci sei. Sei sabbia imprendibile, ossigeno nei miei polmoni. Sei quello che cerco, sei la mia verità, il mio spirito, la mia anima. Sei la consapevolezza. Ad un palmo da me, così vicina, eppure immobile. Imperscrutabile osservatrice, giudichi chi ti merita. Non ho fretta, ma ti aspetto. Il tempo è parte del mio viaggio, e come un compagno di avventure mi sussurra lentamente il sentiero che porta al traguardo. La mia meta. Tempo silenzioso, tempo inarrestabile, tempo travolgente, tempo solerte, tempo cammino. Sei tu che inevitabilmente scandisci i miei passi, mi accompagni, e sai di me più di quanto io sappia. Sei il passato, il presente, il futuro. Onnisciente. Non ti porgo domande, ancora non voglio risposte. Non puoi dirmi ciò che ancora non sono, ma a modo tuo sai parlare. Le tue parole sono negli sguardi, le tue lettere nelle cose, le tue frasi nel presente, gli insegnamenti nel passato. Ho imparato a capirti, stò imparando ad imparare. La costanza è la prova, non l’unica, ma è il primo passo. Ho trovato una strada, la strada. Ancora troppo grande per dirmi dove mi porterà, ancora troppo a valle per vederne la fine; lassù in cima, Ti troverò, mi troverò. So che è la strada giusta, so che è la mia strada.

Gv 15, 1-17

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri».

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